
Per ventitré anni ho guardato a sinistra prima di attraversare. Poi Londra ha cambiato le regole.
Ti sei mai chiesto perché facciamo certe cose in un determinato modo? O le facciamo e basta?
Sin da quando ero bambino mi hanno insegnato che, prima di attraversare la strada, bisogna guardare prima a sinistra e poi a destra. E così ho fatto per ventitré anni della mia vita.
Poi, appena mi sono trasferito a Londra, questa regola è crollata come un castello di carte al vento. Ancora oggi, dopo più di dieci anni, ogni tanto quell’abitudine fa capolino e mi fa guardare dal lato sbagliato prima di attraversare.
Per fortuna qui a Londra, anche per via dei tanti turisti internazionali, per terra c’è scritto da che lato guardare.

Questo è solo un piccolissimo esempio di come facciamo certe cose senza prestarci attenzione. Le facciamo perché le abbiamo sempre fatte così, senza neanche chiederci se esista un altro modo.
Quante sono le cose che facciamo col pilota automatico, senza pensarci? Mentre lavoriamo, a casa, alla guida o a piedi per strada, lasciamo che le cose succedano da sole.
Il mio posto auto
Ma cosa succede quando qualcosa si intromette tra noi e le nostre abitudini?
Prima di trasferirmi a Londra, nel 2014, ero una persona completamente diversa. Vivevo nella mia comfort zone, ci stavo bene, ed ero saldamente aggrappato alle mie abitudini, come se fossero loro a darmi sicurezza. Forse sì, ma a che prezzo? Mi stavano impedendo di crescere.
Era il 2010 e avevo una vita abbastanza schematica. Mi alzavo sempre alle sei e mezza e, dopo i soliti gesti di routine, andavo in garage a prendere la macchina per andare in stazione. Sempre la stessa strada, dal lunedì al venerdì, e sempre lo stesso posto auto. A volte però era occupato, e mi ritrovavo lì, fermo in macchina, con il volante in mano, a fissare quella macchina che occupava il mio posto.
Mio si fa per dire. Non c’era nessun nome o cartello: semplicemente ci avevo parcheggiato una volta, mi era piaciuto e avevo deciso che sarebbe stato mio.
In quei momenti vivevo con il pilota automatico sempre acceso. Bastava un posto occupato per mandarmi nel panico, anche se il parcheggio era enorme e c’erano altri cento posti liberi. Io volevo quello, era mio. Per una cosa così piccola mi sentivo frustrato, impotente, a volte perfino arrabbiato, e mi ritrovavo a inveire contro una macchina alle 6.50 del mattino, senza un apparente motivo.
Non mi restava che rassegnarmi e, guardando con amaro disprezzo quella macchina nel mio parcheggio preferito, andare a cercare un altro posto.
La scimmia che vuole proteggerci
Sono sempre stato affascinato dal funzionamento del cervello. Alla fine è grazie a lui, e per colpa sua, che facciamo certe cose, giuste o sbagliate che siano. Il segreto è imparare a conoscerlo e ad anticipare le sue mosse.
Nella tradizione buddista si parla di “mente scimmia”: quella parte di noi irrequieta e impulsiva, che salta da un pensiero all’altro. Io me la immagino proprio così, una scimmietta. Il suo compito è anche proteggerci: è lei che ci dice di non mettere la mano nel fuoco, altrimenti ci bruciamo.
Ma a volte ci impone dei limiti, guidata dalla paura. Per lei fare qualcosa in modo diverso dal solito è inaccettabile, perché andare verso qualcosa che non si conosce spaventa. Anche quando si tratta di cose semplici, come vestirsi al buio se di solito lo si fa con la luce accesa, o sedersi sul lato destro del divano se di solito ci si siede a sinistra.
Potrebbero sembrare sciocchezze, finché non decidiamo di provare davvero. Hai mai provato a lavarti i denti con la mano non dominante? O a pettinarti?
Sono piccolezze, ma appena facciamo qualcosa in modo diverso da come l’abbiamo sempre fatta, la nostra mente vacilla. Ci sembra che stia succedendo qualcosa di strano, inspiegabile, e invece abbiamo solo cambiato un’abitudine.
All’inizio è destabilizzante, ma quando impariamo ad addomesticare questa scimmietta la vita prende un’altra piega. Il cervello si può allenare giorno dopo giorno, un po’ come un muscolo: possiamo imparare ad avere più elasticità mentale.
Londra e il brownie che non c’era
È davvero così importante aggrapparsi alle proprie abitudini?
Qui a Londra è difficile, se non impossibile, mantenere abitudini durature, e oggi per me è decisamente meglio così. Non nego che i primi anni ci provavo: andavo sempre nello stesso bar a fare colazione, prendevo sempre un espresso e un brownie e mi sedevo sempre nello stesso posto.
Ma in una città di dieci milioni di persone tenere sempre le stesse abitudini non è facile. Il mio posto era quasi sempre occupato, e non sempre trovavo il mio amatissimo brownie.
Mi trovavo davanti a un bivio, anche se allora non lo sapevo. Potevo restare aggrappato alle mie abitudini e vivere con un costante senso di insoddisfazione, oppure lasciarle andare e sentirmi finalmente libero dai blocchi mentali.
Ho scelto di provare a lasciarle andare, piano piano, una alla volta. Mi sono messo sempre più in discussione e ho cercato di fare più cose possibili in modo del tutto casuale, solo per scombussolare la parte di me che mi teneva ancorato alle mie certezze.
Perché non farlo?
Anche nelle cose più piccole. Dal lavoro a casa ci mettevo quindici minuti in bus. A volte mi veniva l’idea di fare la strada a piedi: quaranta minuti. La scimmietta partiva subito in difesa:
“Ma perché farsela a piedi? Con il bus è più comodo.”
E io le rispondevo con un’altra domanda:
“Perché non farlo?”
Una volta iniziato a camminare, ho capito che non era un’impresa impossibile. Mi sentivo pieno di energia, e la musica nelle orecchie mi aiutava a non sentire il peso della distanza.
E la strada mi è sembrata diversa. A piedi si notano dettagli che dal bus non si riescono a vedere: un albero con le foglie colorate lungo il marciapiede, le decorazioni particolari sulle porte delle case.
Nel buddismo zen c’è un’espressione per questo: la mente del principiante, cioè guardare le cose come se fosse la prima volta.
Ho allenato il mio cervello per anni e oggi posso dire che l’ignoto non mi spaventa più.
Anzi, mi attrae.
2016: la domanda più grande
Nel 2016 avevo raggiunto il limite: non ne potevo più della mia routine forzata.
Ho deciso di lasciare il lavoro per intraprendere un viaggio che avrebbe messo a durissima prova il mio essere abitudinario: un viaggio verso l’ignoto. Vivevo a Londra da due anni, ma la mia bici era ancora in Italia, così sono partito da lì: in solitaria, dal Lago Maggiore fino a Londra.
Tra i tanti pensieri che mi hanno spinto a partire, ce n’era uno che ormai conoscevo bene:
Perché non farlo?
Sono partito lasciando ogni abitudine, ogni routine e ogni blocco mentale che avevo.

📖 Il libro
Quel viaggio è diventato un libro: Fuori dalla Comfort Zone – Milano-Londra in bicicletta. Il racconto completo, pedalata dopo pedalata, dal Lago Maggiore fino a Londra.
Cosa mi porto dentro oggi
Dopo quel viaggio la mia visione della vita ha iniziato a cambiare, e in questi anni mi sono fatto tantissime domande. Perché siamo così attaccati alle nostre abitudini? Perché pensiamo che cambiare qualcosa significhi far crollare il nostro mondo?
Lasciando andare le mie abitudini ho capito che, fuori dalla routine e dalla mia zona di comfort, io vivo meglio. All’inizio fa paura, è vero, ma una volta acquisita un po’ di sicurezza in me stesso ho iniziato a vedere la vita in un altro modo.
Oggi quello che mi porto dentro è un senso di serenità.
Qualche abitudine ce l’ho ancora, come il caffè del mattino. Il punto non è abbandonarle tutte, ma come ci comportiamo quando una di queste non riusciamo a mantenerla.
Anni fa mi sarei agitato e sarei rimasto di cattivo umore finché non fossi riuscito a bere il caffè. Oggi non ci faccio più caso: se riesco a berlo sono felice, altrimenti il mondo va avanti lo stesso.
La prossima volta che la scimmietta ti dice che è più comodo fare come sempre, prova a risponderle con una domanda.
Perché non farlo?
💭 Riflessione
Qual è l’abitudine a cui non rinunceresti per nulla al mondo? E come ti comporteresti se da oggi non potessi più portarla avanti?
Scrivilo nei commenti.
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